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Un filo misterioso lega i personaggi con il loro autore: si forma magicamente quando essi, dal momento in cui sono solo idee, tentano il fotografo tante volte, nella malinconia di quel suo studio. Un legame alla fine riesce a stringersi. Carta da parati, righe, stampelle, asciugamani e stoffe, matite, tazze.

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Righe. Sono i particolari. Si presentano sul palcoscenico, per essere materializzati nel teatro di una cornice. Tutto quello che chiedono è di rappresentare la loro vicenda almeno una volta, affinché si realizzi compiutamente la loro esistenza di personaggi.
Il fotografo allora monta la scena, li sistema e si immagina la sua storia. La storia che verrà fissata in uno scatto.

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Presto però le righe della parete si trasformano nelle sbarre di una prigione. I particolari si accorgono che vogliono parlare senza bisogno di un autore come se non avessero bisogno di una storia dettata da qualcun altro. Il dramma si instaura con il fotografo.

Quando si tratta, infatti, di recitare come attori veri, i particolari divengono insofferenti e protestano continuamente; non si riconoscono come professionisti, le scene mancano sempre di qualche dettaglio “indispensabile”.

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Il vero problema è che i personaggi sono maschere rigide e bloccate nel ruolo che rappresentano; i particolari invece sono carichi di vita, elemento continuamente ed individualmente mutabile. La presunzione della fotografia tradizionale di rappresentare la vita viene così scardinata da un procedimento a rovescio.

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E’ questa la nuova fotografia. E’ la fotografia che entra nella vita, e che vuole dimostrare quell’impossibilità. Si contrappongono e si intrecciano l’attimo e una sorta di eternità, al punto che non è più possibile distinguere tra realtà e finzione.